Giovanni Pessano
Un Signore d'altri tempi


Giovanni Pessano nasce a Novara nel giugno del 1936, in un’Italia attraversata da profondi fermenti politici e sociali, a pochi anni da quel tragico evento che sarebbe poi passato alla storia come la Seconda Guerra Mondiale.

Giovanni

Porta lo stesso nome del nonno, Giovanni Pessano, fondatore dell’attuale negozio di Stresa: un uomo d’altri tempi, artista raffinato e artigiano ispirato. Le sue mani e la sua mente davano vita a oggetti in argento dal gusto ricercato, capaci di incantare collezionisti e intenditori. Le sue creazioni, realizzate con la collaborazione di esperti cesellatori, erano pezzi unici, frutto di una sensibilità estetica rara.

Alla guida dell’attività subentrò il figlio Umberto, padre di Giovanni, che dopo il diploma in ragioneria decise di proseguire la tradizione familiare. Anche lui possedeva un innato talento artistico, che seppe coniugare con uno spiccato senso per gli affari. Alla morte del padre, nel 1941, Umberto prese le redini dell’azienda e la condusse con dedizione, proseguendo la produzione di oggetti d’argenteria interamente realizzati a mano. Accanto a lui, la moglie Luisa: una donna determinata, rigorosa, simbolo di un’epoca in cui l’onestà e la parola data avevano un peso ben più concreto di un contratto scritto.

Erano tempi in cui bastava una stretta di mano e uno sguardo negli occhi per siglare un accordo. Un tempo in cui la fiducia reciproca valeva più di qualsiasi firma, e in cui i valori si trasmettevano col vivere quotidiano. Guardando al passato, viene spontaneo pensare a quanto tutto fosse più semplice, diretto, umano. Oggi, purtroppo, anche un contratto firmato può diventare carta straccia, e troppo spesso ci si trova costretti a “nutrire” studi legali solo per vedersi riconosciuti diritti fondamentali.

Ma la storia familiare dei Pessano è ricca anche di altri legami illustri. Luisa, moglie di Umberto, era figlia di Luigi Forlano, uno degli undici fondatori della Juventus Football Club. Fu lui, nel 1905, a contribuire alla conquista del primo scudetto del club torinese. Uomo d'onore e coraggio, perse la vita come Capitano dei Bersaglieri durante la Seconda Guerra Mondiale, lanciandosi in battaglia a capo dei suoi uomini, come si usava allora. A lui è oggi intitolato il campo sportivo di Stresa.

Terminata la guerra, iniziò per l’Italia il difficile cammino della ricostruzione, seguito da una stagione di rinascita e sviluppo. Umberto, con spirito imprenditoriale e visione moderna, seppe adattare la sua attività alle nuove tendenze del mercato. Negli anni Settanta, l’azienda trovò una nuova identità, concentrandosi sul Collezionismo Tematico e su una raffinata selezione di bigiotteria artigianale italiana.

Oggi, il negozio Pessano continua a essere un punto di riferimento per una clientela affezionata, che apprezza l’originalità degli articoli, la cortesia e la competenza maturate in decenni di esperienza. Una realtà che ha saputo resistere ai cambiamenti del tempo, alle crisi economiche, agli ostacoli della burocrazia e, talvolta, anche all’invidia ingiustificata.

La storia dei Pessano è, in fondo, la storia di tante famiglie italiane che, con passione e sacrificio, hanno saputo costruire qualcosa di duraturo. Un'eredità fatta non solo di oggetti, ma di valori, competenze e memoria

GLI ANNI DURI

L’infanzia di Giovanni Pessano si svolge in un tempo difficile, segnato dalla guerra e dalla costante lotta per procurarsi il pane quotidiano. In quegli anni, il commercio – specialmente quello legato al turismo, sia italiano che straniero – era pressoché fermo, ridotto all’osso. Una realtà che, in qualche modo, richiama alla memoria i tempi recenti della pandemia da Covid-19, quando anche allora, chi viveva di attività legate al turismo si ritrovò senza alcun sostegno, abbandonato a sé stesso.

Erano anni in cui bisognava sapersi arrangiare, stringere rapporti con tutti, anche con chi non si sarebbe voluto, per non passare per persone scomode o, peggio, per nemici del regime. Bastava poco per finire nel mirino: uno sguardo giudicato inopportuno, una parola di troppo – o semplicemente detta nel momento sbagliato – potevano far sparire una persona nel nulla.

Alpina

Uscire di casa era sempre un’incognita: si sapeva quando si metteva piede fuori, ma non se si sarebbe fatto ritorno. Le strade erano insidiose, piene di pericoli, e le uniche pareti che davano una parvenza di sicurezza erano quelle di casa. Ma solo una parvenza: rastrellamenti e perquisizioni erano frequenti, e nessun luogo era davvero sicuro.

Eppure, nonostante tutto, il padre di Giovanni, Umberto, seppe "navigare" in quel clima teso e incerto. Con intelligenza e spirito pratico, riuscì a crescere i suoi figli, Giovanni e il fratello Bruno, nel miglior modo possibile per quei tempi.

La generazione di Giovanni è cresciuta conoscendo la privazione, ma proprio per questo ha sviluppato una forza interiore e una capacità di affrontare la vita con determinazione e senza autocommiserazione. Un’eredità preziosa, che oggi sembra smarrita. Forse ci sarebbe bisogno, per molti, di una sorta di “ripetizione della storia”, per riscoprire il valore dell’umiltà, del rispetto e della gratitudine. In un’epoca in cui tutto sembra dovuto, in cui si pretende molto e si dà poco, ricordare certi insegnamenti potrebbe essere più utile che mai.

Durante l’adolescenza, gli svaghi erano pochi. Ma vivere in riva al lago era già, di per sé, una fortuna. Giovanni sviluppò una vera passione per la barca a remi. Ne possedeva una piccola, in legno, che teneva ormeggiata nel porto proprio di fronte alla casa. Non era raro vederlo uscire a remare anche in stagioni tutt’altro che miti, spinto più dal desiderio di libertà che dal buonsenso.

Non sempre però i rapporti con i barcaioli del porto erano sereni: questi ultimi, che vi tenevano i loro motoscafi, spesso pretendevano che lo spazio fosse solo per loro, sebbene il porto fosse di fatto accessibile a tutti. Giovanni non si lasciava intimidire, ma capitò anche qualche imprevisto. Come quella volta, in pieno gennaio, quando cadde in acqua gelida. Riuscì a risalire, infreddolito ma vivo. Fu un brutto colpo per il fisico, ma la sua fibra era forte. Da quel giorno, però, divenne un po’ più prudente.

Va detto che quella era una generazione temprata, abituata ad affrontare le intemperie e le difficoltà quotidiane senza lamentarsi. I bambini andavano a scuola anche in pieno inverno, spesso a piedi, con i calzoncini corti e le gambe arrossate dal freddo, quasi blu. Ma era proprio in quelle condizioni che si forgiava la tempra, che si costruivano la resistenza e la forza di carattere.

Oggi, al contrario, bastano due fiocchi di neve per scatenare il panico. Si parla subito di emergenza, ci si arrabbia perché nessuno sgombra le strade, ci si lamenta per ogni disagio. Eppure, la neve è una benedizione: purifica l’aria, protegge i campi dal gelo più duro, arricchisce le riserve idriche e trasforma il paesaggio in qualcosa di magico. Forse, più che una calamità, dovremmo tornare a vederla per quello che è: un dono della natura.

MONTAGNA CHE PASSIONE

Il Lago Maggiore non è solo uno specchio d'acqua incastonato tra le rive lombarde e piemontesi. È molto di più: è il cuore di un territorio che si allunga verso l’alto, dove le montagne dominano il paesaggio con la loro imponenza e offrono scenari mozzafiato. Qui, tra vette innevate e silenzi profondi, la natura si fa maestra, e gli uomini imparano ad ascoltarla. Non è un caso se proprio in questi luoghi Giovanni Pessano scoprì una passione destinata a segnare la sua vita: lo sci alpinismo.

Per chi non conosce questa disciplina, si tratta di una forma di esplorazione della montagna che richiede tecnica, resistenza e una buona dose di rispetto per l’ambiente. Gli sciatori risalgono pendii innevati con speciali pelli di foca applicate sotto gli sci, che permettono loro di “camminare” anche in salita. Talvolta, quando il percorso lo richiede, gli sci vengono fissati allo zaino e si prosegue a piedi. Una volta raggiunta la vetta — che sia un passo o la cima di una montagna — si tolgono le pelli, si regolano gli attacchi e si scivola verso valle, immergendosi in discese su neve fresca che regalano emozioni uniche, difficili da spiegare a parole.

Montagna

Chi vive la montagna lo sa: più ci si allontana dalla civiltà, più si entra in un mondo ovattato dove il silenzio domina. I rumori si fanno via via più lontani, fino a svanire del tutto. Restano solo il respiro, il fruscio della neve sotto gli sci e la meraviglia di un panorama che, una volta in vetta, ripaga ogni fatica. La vista si apre sull’orizzonte, e con essa si apre anche la mente. In un’epoca in cui tutto corre troppo in fretta, la montagna offre l’occasione di fermarsi e riscoprire il valore delle cose essenziali.

La neve, con la sua coltre immacolata, ovatta ogni suono, perfino i passi degli sci alpinisti, che avanzano con rispetto e attenzione. Perché sotto quella superficie bianca e silenziosa possono nascondersi insidie, soprattutto quando le condizioni della neve sono instabili. Fu proprio durante una di queste escursioni che Giovanni Pessano visse un momento drammatico che avrebbe potuto costargli la vita.

Stava affrontando un tratto ripido con un amico fidato, quando perse l’equilibrio e iniziò a scivolare pericolosamente verso valle. Solo la prontezza del suo compagno di cordata, che riuscì a piantare saldamente la picozza nella neve per fermare la caduta, impedì il peggio. Fu un episodio che segnò entrambi, ma che cementò ancora di più il legame tra loro.

Perché la montagna, oltre ad allenare il corpo e a purificare i polmoni con la sua aria frizzante, ha una forza speciale: quella di mettere alla prova, ogni giorno, i valori più profondi. Lì, in quota, ci si affida agli altri con fiducia assoluta. Si diventa squadra. Si diventa fratelli.

La montagna unisce, rafforza i legami, insegna l’umiltà. E forse è proprio per questo che chi la conosce davvero non smette mai di amarla. Giovanni Pessano ne era consapevole, e in quel mondo selvaggio e autentico aveva trovato una parte importante di sé.

HOSPES E ALPINIA

Giovanni Pessano è stato una figura riservata ma profondamente presente nella vita della sua comunità. Con grande spirito di dedizione e senso del dovere, ha affiancato i genitori, Umberto e Luisa, nella gestione del negozio di famiglia, un’attività che rappresentava non solo un lavoro, ma un presidio di valori e relazioni umane.

Parallelamente, ha lasciato un segno indelebile nel mondo dell’istruzione, insegnando per molti anni amministrazione presso la Scuola Alberghiera “Erminio Maggia” di Stresa. Laureatosi alla prestigiosa Università Bocconi di Milano, fu notato fin da subito per il suo rigore, la sua eleganza intellettuale e il suo metodo didattico chiaro ed efficace. A riconoscerne il talento fu il professor Mainardi, allora direttore della scuola, che lo volle con sé nell’istituto. Da quel momento, iniziò una lunga e stimata carriera come docente.

Giovanni Pessano

In quel contesto, Giovanni si trovò fianco a fianco con colleghi di altissimo profilo: grandi chef, consulenti aziendali nel settore dell’enogastronomia e del design, ambasciatori della cucina italiana nel mondo. Un ambiente dinamico e stimolante, che lui seppe onorare con la sua serietà, diventando per tutti un punto di riferimento. Quando andò in pensione, la scuola ne avvertì profondamente l’assenza: si era perso qualcosa di più di un semplice insegnante — si era congedata una figura guida, un esempio.

Il tempo, però, segue il suo corso, e ognuno è chiamato ad accompagnarlo, accettando con dignità il suo lento ma inesorabile procedere.

Giovanni non ha mai smesso di impegnarsi per gli altri: è stato un fervente sostenitore dell’Associazione Hospes, realtà fondamentale per migliaia di studenti ed ex studenti dell’Istituto “Erminio Maggia”. Proprio per la sua integrità e imparzialità, fu chiamato a far parte del Consiglio di Amministrazione dell’associazione. Hospes si pone l’obiettivo di accompagnare gli studenti nel loro percorso formativo e professionale, offrendo strumenti concreti per la crescita personale e lavorativa. Chi volesse conoscere più da vicino questa realtà, può visitare il sito www.associazionehospes.it.

Negli anni, tanti ex allievi sono tornati a trovarlo in negozio. Alcuni ormai affermati ristoratori, altri chef stellati o manager di grandi catene della ristorazione, altri ancora stimati consulenti del settore alimentare. Tutti con lo stesso desiderio: ringraziarlo. Per averli spronati, guidati, per aver trasmesso valori forse oggi rari — rigore, competenza, determinazione, correttezza. Sì, soprattutto correttezza, un principio sempre più raro nel mondo contemporaneo.

Oggi, in una società dove tutto sembra dovuto e dove si pretende tutto e subito, la riconoscenza pare essere diventata un sentimento d’altri tempi. Come se ciò che si è fatto per gli altri fosse scontato, dimenticabile. Eppure, chi ha ricevuto tanto sa bene quanto ha avuto. Giovanni non ha mai chiesto nulla in cambio. Ma quei gesti, quei ritorni spontanei di gratitudine, valgono più di qualsiasi riconoscimento ufficiale. La riconoscenza, in fondo, è come una medaglia al valore: povera nei materiali, ma preziosa nel significato. Per chi la riceve, certo, ma anche per chi è capace di offrirla.

Oltre al mondo dell’istruzione e dell’associazionismo, Giovanni ha saputo portare il suo spirito di servizio anche nella natura. Grande amante della montagna, ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione del Giardino Alpinia, uno dei tesori botanici più affascinanti del territorio. Situato sulle colline di Stresa, nella frazione Alpino, il giardino si affaccia sul Lago Maggiore come una terrazza sospesa tra cielo e acqua. Grazie alla visione lungimirante dei suoi fondatori, oggi ospita numerose specie di flora alpina e offre un panorama mozzafiato, quasi fosse il palco di un teatro naturale.

Giovanni Pessano è stato tutto questo: un uomo di cultura e valori, di rigore e passione, di silenzi eloquenti e gesti concreti. Un riferimento silenzioso ma stabile per chi ha avuto la fortuna di incontrarlo sul proprio cammino.

Alpina

ASSOCIAZIONISMO

Convinto che l’unione facesse davvero la forza, Giovanni Pessano ha sempre creduto profondamente nell’associazionismo come strumento per crescere insieme, per affrontare le sfide con spirito collettivo e trovare soluzioni condivise. Fu tra i promotori e fondatori dell’ASSCOTS, l’Associazione dei Commercianti e del Turismo di Stresa, nata con l’obiettivo di dare voce a una categoria spesso lasciata sola nel rapporto con le istituzioni.

Nel corso degli anni, Giovanni si è speso instancabilmente per aiutare colleghi commercianti, titolari di negozi e bar, risolvendo con il buon senso che lo contraddistingueva numerose questioni e incomprensioni con il Comune. Era un punto di riferimento, una figura capace di raccogliere i malumori, anche quelli più accesi, trasformandoli in proposte costruttive. Un mediatore paziente e una voce autorevole, sempre pronta a farsi carico delle necessità della categoria, senza mai chiedere nulla in cambio: né favori né compensi. Solo la soddisfazione di aver fatto la cosa giusta.

Col tempo, purtroppo, il mondo del commercio si è chiuso in sé stesso. La categoria, invece di unirsi e rafforzarsi, si è disgregata, lasciandosi andare a una pericolosa frammentazione. Giovanni ha più volte lanciato appelli all’unità, sottolineando come solo una voce condivisa potesse ottenere ascolto e rispetto. Ma in molti hanno preferito percorrere strade solitarie, convinti – erroneamente – che da soli si corresse meglio, ignorando che è insieme che si può correre più lontano e in modo più efficace.

In un periodo in cui esistevano ancora le commissioni tecniche dedicate ai diversi settori produttivi, Giovanni sedeva nella Commissione Commercio. Un organo che, quando consultato dal Comune, offriva contributi preziosi basati sull’esperienza concreta di chi viveva e lavorava ogni giorno a Stresa. Nessuno meglio di loro poteva comprendere le vere esigenze della città. Quelle commissioni, però, sono poi scomparse nel silenzio generale – forse perché davano fastidio – lasciando un vuoto che ancora oggi si fa sentire. Di tutte, è sopravvissuta solo la Commissione Edilizia.

È seguito un lento declino, non solo commerciale. I mercatini che oggi invadono la città, spesso privi di contenuti e qualità, rischiano di svilirne l’immagine, quando invece Stresa meriterebbe eventi in grado di attrarre un turismo selezionato, come accade in tante località simili, in Italia e all’estero, che hanno saputo valorizzarsi nel tempo. L’obiettivo dovrebbe essere portare visitatori da lontano, non solo dai paesi vicini. In questo contesto, chiudere le strade proprio nei periodi di maggior afflusso turistico appare un controsenso, un ostacolo al naturale respiro di una città che ha costruito la sua reputazione sul turismo di qualità.

Giovanni non ha mai condiviso le manifestazioni caotiche, rumorose, spesso segnate da comportamenti poco rispettosi. Credeva che Stresa meritasse di più, che si dovesse puntare su eventi eleganti, capaci di rispecchiare il fascino e la raffinatezza della località.

Consapevole da sempre delle vere necessità di una cittadina turistica, aveva espresso con forza la sua contrarietà alla realizzazione di un nuovo complesso commerciale nell’area dell’ex rimessa del tram. In quel luogo, dove oggi sorge un supermercato Conad, avrebbe dovuto nascere – secondo lui – un parcheggio multipiano, utile e necessario per decongestionare la città nei momenti di maggior afflusso. Un progetto iniziale prevedeva addirittura un centro commerciale con altri negozi interni: un’idea che a Giovanni sembrava del tutto fuori luogo.

Stresa non aveva bisogno di un ulteriore supermercato. Aveva invece bisogno di mantenere vive le sue botteghe artigianali e, soprattutto, di aumentare le aree di sosta per auto e pullman. Troppo spesso, ancora oggi, i visitatori si trovano a girare a vuoto alla ricerca di un parcheggio, scoraggiati dal caos e dalle difficoltà. Una realtà che allontana il turismo, anziché incentivarlo, a differenza di quanto avviene in altre cittadine turistiche ben organizzate, dove l’accoglienza comincia proprio dalla facilità con cui si può arrivare, parcheggiare e godersi il luogo.

Giovanni Pessano aveva visto tutto questo in anticipo. Aveva capito cosa serviva davvero alla sua città e aveva lottato, con passione e determinazione, per darle il futuro che meritava.

PERSONALITA’

Giovanni Pessano è stato un buon padre. Non perfetto, certo – ma chi può davvero dire di esserlo? Dalla scuola, dove per anni ha esercitato con rigore e passione il suo ruolo di educatore, ha portato con sé anche tra le mura di casa una certa severità. Non era durezza fine a sé stessa, ma una forma di disciplina che riteneva necessaria per preparare i figli alla vita, prima ancora che agli studi. Li ha accompagnati nel loro cammino con dedizione, dando consigli ponderati, rispettando le inclinazioni di ciascuno, senza imporre scelte ma orientandoli con attenzione e sensibilità.

Per lui, le vacanze come le intendiamo oggi – settimane al mare o in montagna – erano un lusso che non poteva permettersi. Non per mancanza di desiderio, ma per senso di responsabilità. Dopo che la moglie Pinuccia aveva lasciato il lavoro per occuparsi della famiglia, toccava a lui assicurare la stabilità economica della casa.

E in una località turistica come Stresa, il lavoro non conosce pause nei weekend o durante le festività: è proprio quando gli altri si rilassano che bisogna essere presenti, disponibili, pronti a dare il massimo. Mai una cena al ristorante con la famiglia. Può sembrare incredibile oggi, ma era così. Qualche rara eccezione si concedeva: un pranzo alla sua vecchia Scuola Alberghiera, oppure con i coscritti, finché la salute glielo ha permesso.

Il suo attaccamento al lavoro, quel rigore quasi instancabile, può apparire eccessivo agli occhi di molti. Ma per lui era naturale. Lavoro e famiglia erano le sue colonne portanti, la sua identità profonda.

In negozio si presentava sempre in modo impeccabile: giacca ordinata, cravatta sobria, camicia chiara – spesso azzurra o bianca – pantaloni ben abbinati. Non abiti costosi, certo, ma curati e scelti con gusto. E quella piccola spilla del CAI, il Club Alpino Italiano, appuntata con orgoglio alla giacca, parlava silenziosamente di una parte importante di sé.

A colpire, però, erano spesso le scarpe: non nuove, visibilmente consumate. Per qualcuno poteva sembrare una contraddizione, ma per Giovanni era una scelta consapevole. Chi ha vissuto i tempi difficili della guerra sa bene che le vere priorità non sono estetiche. Le scarpe rovinate non erano segno di trascuratezza, ma di concretezza. La stessa che lo guidava nel garantire alla sua famiglia ciò che contava davvero.

Il negozio, per lui, non era solo un luogo di lavoro. Era anche un punto d’incontro, quasi un piccolo rifugio per chi cercava consiglio o conforto. Ex colleghi passavano a trovarlo, si parlava della scuola, della vita, si scambiavano idee e confidenze.

Giovanni ascoltava, diceva la sua con misura, sempre con quel tono calmo e riflessivo che lo contraddistingueva. Non era un uomo di molte parole, ma chi lo conosceva sapeva che da lui si poteva ottenere un consiglio saggio, basato sull’esperienza e sul buon senso.

In tanti, anche al di fuori dell’ambito scolastico, si rivolgevano a lui come a un “consulente” informale, affidabile e onesto, capace di vedere le cose con equilibrio e di parlare con autorevolezza, mai con arroganza.

Il denaro, per lui, era solo un mezzo. Uno strumento necessario per vivere, non certo qualcosa da ostentare o da usare per vantarsi. La ricchezza, quella vera, la vedeva altrove: nella dignità, nella dedizione, nella coerenza tra ciò che si è e ciò che si fa. Sosteneva, con convinzione, che l’ostentazione di beni materiali e l’avidità non erano altro che segnali di debolezza. A suo dire, chi rincorre il denaro finisce inevitabilmente per esserne dominato. “Il denaro comanda i deboli”, ripeteva. Non con tono di condanna, ma con quella lucidità amara di chi ha scelto di non farsi possedere da ciò che possiede.

LE SUE QUALITA’

Tutti a Stresa lo riconoscevano da lontano, per quella sua falcata decisa e inconfondibile. Camminava come chi ha una meta, ma pochi sapevano davvero dove lo portassero quei passi sicuri. In tanti lo salutavano, lo incontravano, lo vedevano passare. In pochissimi, però, ne conoscevano l’anima: quella fatta di qualità silenziose, profonde, scolpite nei gesti quotidiani.

La vita di Giovanni Pessano si era costruita, mattone dopo mattone, su valori antichi ma sempre attuali: rispetto, altruismo, generosità, correttezza, sincerità, gentilezza, umiltà. Parole grandi, spesso abusate, che per lui invece erano concretezza, stile di vita, coerenza.

Il rispetto era il suo fondamento. Per lui non era solo un principio, ma un modo d’essere: rispettava tutto e tutti, senza mai alzare la voce, senza mai ferire. Le offese? Le aveva ricevute, sì, ma non le aveva mai restituite. Le lasciava scivolare addosso, come pioggia su una pietra antica. Ascoltava davvero, con attenzione e presenza. Perché ascoltare – diceva – non è come sentire. Sentire è passivo, un suono che passa. Ascoltare è comprendere, entrare nel significato, riflettere.

Il suo altruismo era talmente radicato da diventare, a volte, un limite. Metteva sempre gli altri prima di sé: prima la famiglia, poi il lavoro, poi la salute di chi amava. Solo dopo, quando avanzava tempo – e non accadeva spesso – si concedeva un pensiero per sé stesso. Era fatto così. Come il suocero, Tadini Pierino, un uomo che aveva dato tantissimo alla comunità di Stresa, aiutando chi oggi vive nel benessere grazie alla sua generosità. Un uomo morto povero, ma sereno. Anche Giovanni era fatto di quella pasta rara: dava senza aspettarsi nulla, e nulla chiedeva indietro. Sapeva – con amarezza – che la gratitudine è una parola ormai smarrita. E che, spesso, chi è troppo generoso finisce per essere frainteso o sfruttato.

La correttezza era la sua bussola, soprattutto durante gli anni di insegnamento alla Scuola Alberghiera. Era giusto, imparziale, misurato. Nei voti, nei giudizi, nei rapporti umani. E lo era anche dietro il bancone del suo negozio. Non ha mai detto una bugia per vendere qualcosa. La verità – anche se scomoda – era per lui sempre la scelta giusta. "La correttezza paga", ripeteva. Magari non subito, ma sempre.

Era gentile. Sempre. Anche nei momenti di difficoltà, anche davanti all’errore. Non umiliava, non alzava la voce, non si lasciava prendere dalla rabbia. "Arrabbiarsi non serve – diceva – serve solo ad aumentare il nervoso". E aggiungeva, con il sorriso di chi ha capito qualcosa in più: "Chi urla dimostra solo di non avere argomenti".

E poi, l’umiltà. Una virtù sempre più rara, ma che in lui era naturale come il respiro. Non si vantava dei successi, non faceva pesare le sue competenze, non cercava mai di avere ragione a tutti i costi. Non imponeva, non ostentava. Era lì, presente e saldo, senza bisogno di primeggiare. Oggi, più che mai, ci sarebbe bisogno di uomini così.

C’erano qualità che proprio non gli appartenevano: l’avidità, l’egoismo, l’arroganza, la menzogna, l’invidia. Le considerava povere di senso, indegne di attenzione. Guardava con disapprovazione chi si credeva superiore, chi pretendeva di sapere tutto, chi insisteva nell’errore pur di non ammettere di aver sbagliato. Per lui la verità era semplice, limpida, concreta. E chi non era in grado di sostenerla con educazione, non meritava replica.

Giovanni Pessano non ha mai cercato di lasciare un segno con clamore. Eppure, è proprio il silenzio delle sue azioni, la coerenza dei suoi valori, la sobrietà della sua vita, che oggi raccontano chi era. Un uomo giusto, gentile, onesto. Un uomo raro.

GRAZIE PAPA’

Pensando con il cuore di figlio, mi rendo conto che il compito di un genitore non è quello di dire sempre "sì", di accontentare ogni desiderio per il semplice gusto di vedere un sorriso. No, essere genitore è molto di più. È un’arte delicata, fatta di equilibrio e dedizione. È saper riempire una mente ancora vuota, in formazione, con valori autentici. È il coraggio di dire "no" quando serve, la pazienza di guidare senza imporre, la forza di insegnare il rispetto per gli altri, e l’impegno costante nel coltivare l’autonomia del pensiero.

Un figlio educato con fermezza e amore, anche attraverso rinunce e regole, crescerà con le radici forti e lo sguardo alto. Diventerà un uomo rispettato, capace di camminare a testa alta e, forse, a sua volta, un esempio da seguire. Al contrario, un'educazione permissiva o assente può lasciare cicatrici profonde: adulti fragili, incompresi, a volte smarriti, che portano dentro un vuoto difficile da colmare.

Io sono fortunato, perché mio padre il suo compito lo ha svolto nel migliore dei modi. Con dedizione, saggezza e cuore. Non ha scelto la via più semplice, ha scelto quella giusta.

E allora, prendendo in prestito le parole di un altro figlio — certo, molto più famoso di me — che parlava del suo grande papà, mi sento di dire:

Grazie, Papà.